Venezia 8 maggio 2020 - Spuntano in tutti i territori provinciali le “offerte” di effettuazione dei test diagnostici a pagamento per l’individuazione del Covid-19 da parte di strutture private e private convenzionate
“Francamente siamo a dir poco perplessi”. - dichiara Ivan Bernini segretario generale della FP Cgil Veneto. “La Regione Veneto, in questi mesi, ha operato una scelta anche sulla base dei preziosi suggerimenti forniti dal comitato scientifico regionale: effettuare una campagna estensiva di tamponi e test sulla popolazione in una logica “aggressiva al virus e non difensiva”. Sottolineiamo, peraltro, che con questa logica la regione ha acquistato il famoso “processore” in grado di effettuare 10.000 analisi di tamponi al giorno, unico disponibile in Europa in quel momento, e si appresta ad acquistarne altri due. Uno sforzo ed un impegno economico straordinario. Sul quale si aggiungono ulteriori scelte: utilizzare anche i test virologici ai quali seguirà il tampone secondo una scala di priorità”.

“Ora ci chiediamo – prosegue Bernini - se i privati che oggi si propongono di effettuare non solo l’analisi virologica, ma anche quella dei tamponi, dove sono stati durante la fase dell’emergenza? Perché, se hanno le attrezzature per poter effettuare tale analisi non si sono messi a disposizione del SSR nella fase dell’emergenza lasciando le strutture pubbliche ad affrontarla da sole? Il decreto legge 18 prevede all’art.6 la possibilità di requisire in uso o in proprietà fino alla fine dell’emergenza. Bene, lo si applichi, altro che test a pagamento. Anche perché è evidente che di fronte alla volontà di operare test estensivi c’è un’oggettiva difficoltà legata a risorse, tempi e personale. E ci pare che tutto possiamo affermare tranne che l’emergenza sia finita.
Per queste ragioni riteniamo inopportune ed anche immorali tali iniziative.
Avremo capito, piuttosto, la richiesta di rendere “convenzionabili” anche queste prestazioni nel mettersi a disposizione. Ma così è evidente che stiamo parlando d’altro”.

Infine, rispetto alle scelte che l’Assessore Lanzarin ha comunicato di voler operare nel prevedere che anche i medici di famiglia e i pediatri, quindi non più solo il personale dei Servizi di igiene e sanità pubblica, possano utilizzare il codice di esenzione "5G1" nella prescrizione dei test diagnostici, ci paiono opportune e condivisibili. Meno condivisibile, ma possiamo aver male interpretato, la posizione del rappresentante Fimmg Crisarà laddove afferma «Dev'essere evidente a tutti che hanno diritto all'esenzione solo i pazienti che, a giudizio del medico, abbiano sintomi sospetti o vivano in una situazione di rischio. In tutti gli altri casi, dall'azienda che pretende il test per tutti i dipendenti al cittadino che non ha un'esigenza sanitaria oggettiva, non si nega l'esame, ma si applica il ticket di 64 euro».

Spiega Bernini: “ci pare oggettivamente contraddittoria rispetto alla dichiarata volontà della regione di operare una campionatura di massa, anche ai fini della gestione delle attività “in convivenza con il covid”. È evidente che vi sono scale di priorità legate al contatto diretto, alla tipologia di lavoro, alla manifestazione di sintomi. Ma è altrettanto evidente, e questi due mesi ce lo hanno detto in modo chiaro, che la diffusione del virus prima ed una sua possibile ripresa è legata ai positivi asintomatici. Non vogliamo certo togliere l’autonomia delle scelte che stanno in capo ai medici di famiglia che, come noto, non essendo dipendenti del SSN ma convenzionati, non rispondono direttamente alla regione o a medesime regole del personale medico dipendente, ma non comprendiamo questa posizione rispetto a chi debba pagare o meno il ticket. L’obiettivo è mettere in sicurezza tutti evitando la ripresa della pandemia, aiutando il personale sanitario dipendente del SSR a non rivivere quanto vissuto in questi due mesi, alla pari peraltro di quanto vissuto da molti medici di famiglia, attuando nei fatti i principi e gli obiettivi che la regione si è posta e che è stata fondamentale nell’evitare situazioni presenti in regioni a noi vicine”.

“E pensiamo, quindi, che in questo caso debba essere la regione a stabilire priorità nell’effettuazione dei test, tempi e popolazione alla quale si rivolge, non i singoli medici di famiglia. E ci permettiamo di dire che di fronte all’emergenza tutti hanno ceduto pezzi di loro autonomia e libertà soggettive nel condividere l’obiettivo primario della tutela della salute e della sicurezza per cittadini e lavoratori.
Non vorremmo trovarci di fronte a situazioni per le quali, nel nome della compartecipazione alla spesa attraverso il ticket decisa dai medici di famiglia, qualcuno rinunciasse al test e diffondesse, in maniera del tutto inconsapevole, il virus in famiglia, e a cascata nel posto di lavoro. In tale caso, è evidente, che la reazione anche nostra sarebbe rivolta nei confronti di coloro che nel nome della loro autonomia di scelta si sono assunti tale responsabilità”. Conclude Ivan Bernini.

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