LOGICA CONSEGUENZA DELLA DIFFERENZA SALARIALE E DELLE CONDIZIONI DI LAVORO

Venezia, 11 luglio 2020 - E’ partita l’associazione Uripa, e ora a traino le cooperative sociali, nel chiedere alla regione di bloccare la chiamata di infermieri e oss nelle graduatorie concorsuali delle Ulss, pena la sottrazione di personale da centri di servizio e rischio blocco dei servizi e delle attività.

Il tema della carenza di personale e del rischio che interi servizi non siano in grado di poter reggere l’impatto della migrazione del personale verso le Ulss venete c’è tutto - afferma Ivan Bernini segretario generale Fp Cgil del Veneto - ma ci pare che non si colgano fino in fondo le ragioni di queste migrazioni. Considerando, tra le altre cose, che una richiesta di questo tipo è incompatibile con quanto stanno chiedendo alla regione le Ulss, necessitate, nella fase di ripartenza delle attività, di poter assumere oltre i fabbisogni triennali per poter garantire a loro volta servizi ed attività secondo le indicazioni di sicurezza covid-19”.

“Una soluzione va trovata - continua Bernini - ma ci pare che i tre grandi temi che si dovrebbero finalmente affrontare con grande onestà siano legati alle dinamiche retributive, alla correzione formativa delle professioni sanitarie e tecniche rispetto alla domanda, l’investimento professionale che si opera sul lavoratore. Già nel sistema della sanità pubblica scontiamo livelli retributivi non adeguati, che assieme al blocco delle assunzioni perpetuate per anni hanno incentivato la fuga di personale infermieristico verso l’estero – Inghilterra e Germania in particolare – se guardiamo alle differenze salariali con i contratti del terzo settore non ci si può meravigliare di quanto sta accadendo.
Un professionista, da che mondo è mondo, sceglie di lavorare dove le prospettive di carriera e di valorizzazione della professionalità sono più alte, dove è maggiormente retribuito e dove ha la sensazione che l’azienda operi un reale investimento in prospettiva. Risorsa e non numero. Sul serio si può pensare che un lavoratore che ha la prospettiva di guadagnare dai 3.000 ai 7.000 euro l’anno in più possa scegliere di rimanere dove è pagato meno? Non si chiedono, questi datori di lavoro, se non vi siano anche ragioni forti che inducono questi lavoratori a scegliere altre strade anche rispetto alle condizioni di lavoro in cui sono chiamati ad operare? Non sono poche le situazioni nelle quali si chiede massima disponibilità oraria e piena disponibilità al datore “sulla base delle esigenze aziendali” senza considerare che anche chi lavora ha delle esigenze ed ha una sua vita privata ed una famiglia. Come non sono poche le situazioni nelle quali chiedi al personale, in particolare agli OSS, non solo di fare assistenza ma di occuparsi anche di pulizie”.

Vogliamo pensare che dietro alla domanda di aiuto che arriva dal terzo settore – prosegue Bernini - consapevole che la regione non può bloccare le assunzioni nelle Ulss e le legittime aspettative di coloro che hanno vinto un concorso o ne sono idonei in graduatoria, non vi sia in realtà l’obiettivo di cercare scorciatoie introducendo figure professionali sostitutive di infermieri e operatori socio-sanitari. Una scelta che sarebbe “folle” rispetto a qualsiasi prospettiva futura e che porterebbe le lancette indietro di vent’anni.
Se siamo arrivati a queste situazioni lo si deve anche alla logica che ha ispirato il legislatore in questi anni: pensare che tutto sommato fosse possibile contenere i conti pubblici riducendo i numeri del personale e gli investimenti su sanità e sociale, agendo sulle leve salariali mantenendo basse le retribuzioni, frammentando le attività attraverso esternalizzazioni ed appalti “al ribasso”, precarizzando i rapporti di lavoro. Pensare di non fare i conti con queste scelte riproponendo medesime ricette ci pare poco lungimirante”.

“Che fare allora? Nell’immediato riteniamo che si dovrebbe operare un piano straordinario di assunzioni nelle Ulss che metta al riparo le strutture ospedaliere e che garantisca un investimento nei servizi territoriali in una logica di integrazione e supporto alle attività svolte da centri servizi e servizi territoriali. Nel medio periodo considerare che i contratti del terzo settore debbano essere adeguati, dal punto di vista economico e normativo, al riconoscimento del valore lavoro operato dai professionisti. Elemento sul quale le resistenze dei soggetti datoriali sono stati notevoli in questi anni arrivando, in taluni casi, prima a sottoscrivere contratti e poi a chiederne la parziale applicazione non riconoscendo in toto gli aumenti contrattuali o chiedendo di fare, oltre al loro lavoro, attività riconducibili ad altre professioni che ne sviliscono competenze e professionalità, o chiedendo massima “flessibilità” mettendosi totalmente a disposizione delle “esigenze aziendali” in deroga a qualsiasi elemento di diritto pure sancito nei contratti”.

“O cambia la mentalità e si cominciano a pagare e trattare le persone in maniera adeguata - conclude Bernini - o non ci si meravigli se i lavoratori scappano altrove appena possono e ne hanno le opportunità. La stagione del chiedere senza dare non può essere infinita".

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