Cgil e Fp Cgil: Basta scaricabarile, servono scelte immediate
La carenza di personale nei pronto soccorso non è un fulmine a ciel sereno e non può più essere raccontata come una somma di sfortunate coincidenze. È il risultato di anni di organizzazione del lavoro sbagliata, di carichi diventati insostenibili e di una gestione che, nell’ULSS 3 Serenissima, ha tollerato - e in alcuni casi normalizzato - condizioni operative che spingono medici e infermieri ad andarsene. Quando i turni restano scoperti, le attese esplodono e si ricorre sempre più ai medici a gettone, non siamo davanti a un problema episodico: siamo davanti a una responsabilità organizzativa e gestionale che va chiamata con il suo nome - dichiarano Daniele Giordano, Segretario Generale CGIL Venezia e Ivan Bernini, Segretario Generale FP CGIL.
Non accettiamo la narrazione per cui “mancano medici” o “i concorsi vanno deserti” come se fosse un destino inevitabile. I professionisti non scappano per capriccio: scappano perché nei pronto soccorso dell’ULSS 3 si lavora troppo, in condizioni spesso oltre i limiti di sicurezza, con una pressione costante, responsabilità cliniche altissime e un’esposizione crescente ad aggressioni verbali e fisiche. È questa miscela che rende il pronto soccorso un luogo da cui fuggire. E finché l’azienda continuerà a inseguire soluzioni tampone, senza mettere mano seriamente ai carichi e all’organizzazione, la fuga continuerà.
La crisi del personale nei pronto soccorso è ormai strutturale. Turni scoperti, tempi di attesa sempre più lunghi e ricorso crescente a incarichi libero-professionali sono diventati elementi ordinari del funzionamento del servizio, con ricadute pesanti su lavoratrici, lavoratori e cittadini.
Eppure, da un lato si continua a ripetere che l’Italia avrebbe un alto rapporto medici/popolazione; dall’altro si giustifica tutto con la “mancata partecipazione ai concorsi”. La domanda vera è un’altra: dove vanno i professionisti e perché scelgono di non restare nel pubblico, soprattutto in pronto soccorso?
Il dibattito pubblico tende spesso a ridurre la questione alla retribuzione, puntando sugli incentivi economici. Ma, in particolare nei pronto soccorso, questa lettura è parziale: negli ultimi anni risorse aggiuntive e indennità sono già state previste. Il nodo centrale è sempre più evidente: non è solo “quanto” si guadagna, ma “quanto e come” si lavora.
I dati dell’ULSS 3 Serenissima sono indicativi: circa il 75% delle prestazioni nei pronto soccorso riguarda codici minori, condizioni a bassa complessità e basso rischio, che potrebbero essere gestite altrove. Solo il 25% degli accessi è riconducibile a urgenze reali, per le quali il pronto soccorso è stato concepito. Questo squilibrio pesa direttamente sull’organizzazione del lavoro e svuota progressivamente di senso professionale l’attività clinica dell’emergenza-urgenza.
Nei fatti, il pronto soccorso è stato trasformato in un ambulatorio permanente, chiamato a supplire alle carenze del territorio: difficoltà di accesso alla medicina generale, liste d’attesa per visite ed esami, debolezza dei servizi territoriali spingono un numero crescente di cittadini a rivolgersi all’unico presidio che garantisce risposta immediata.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sovraffollamento cronico, carichi assistenziali oltre gli standard di sicurezza, pressione costante, conflitti con un’utenza esasperata dalle attese, aumento delle aggressioni. E questa è una delle principali ragioni della fuga dal pronto soccorso. Se il problema fosse esclusivamente economico, gli aumenti delle indennità avrebbero già prodotto risultati stabili. Invece le difficoltà di reclutamento e permanenza restano: molti professionisti preferiscono incarichi temporanei o lavoro a gettone. Non perché “non vogliono entrare”, ma perché non vogliono restare in un sistema che consuma le persone.
Per queste ragioni riteniamo indispensabile aprire un confronto serio sull’organizzazione del servizio, a partire dalla riduzione del carico improprio di lavoro. Finché il 75% degli accessi continuerà a riguardare codici minori, ogni aumento di organico rischia di essere rapidamente assorbito senza un reale miglioramento delle condizioni operative.
Servono percorsi alternativi realmente funzionanti per i codici minori, rafforzamento della medicina territoriale, strutture intermedie attive h24 e una chiara ridefinizione delle funzioni del pronto soccorso. Solo restituendo al pronto soccorso il suo ruolo originario di gestione dell’urgenza e dell’emergenza sarà possibile renderlo nuovamente attrattivo per i professionisti e garantire risposte adeguate ai cittadini. A fronte di problemi noti, riteniamo grave che la Regione non abbia messo in campo con coerenza le soluzioni che essa stessa indicava nel PSSR già dal 2012. Ma è altrettanto grave che la Direzione dell’ULSS 3 continui a impostare un racconto in cui “la colpa è sempre altrove”, salvo poi intervenire in emergenza quando anche il sindacato segnala criticità evidenti. In questi anni si è parlato molto di centralizzazioni, del futuro dell’Angelino e di un disegno che guarda a Mestre come baricentro, salvo scoprire che i maggiori problemi di attrattività e tenuta del personale esplodono proprio nelle strutture preesistenti alla fusione. Questo dice una cosa semplice: non bastano slogan e piani sulla carta. Servono scelte operative immediate su carichi, sicurezza, percorsi e territorio.
CGIL Venezia e FP CGIL Venezia chiedono l’apertura immediata di un tavolo con ULSS 3 e Regione Veneto, con obiettivi e tempi vincolanti: riduzione del carico improprio sui pronto soccorso, rafforzamento delle alternative territoriali, misure reali di tutela e sicurezza per il personale, programmazione credibile degli organici e delle turnazioni. Perché senza intervenire sulle cause, il sistema continuerà a perdere persone - e a far pagare il prezzo più alto a chi lavora e a chi ha bisogno di cure.

